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mercoledì 11 maggio 2016

Quella voglia di crescere in fretta nell'epopea tragicomica di Pin: il fascino di un'ottica fanciullesca della Resistenza

C'è un bambino che cammina nella campagna e sente l'eco delle bombe senza spaventarsi. E' venuto in contatto con la grandezza di "Comitato", un personaggio sconosciuto sicuramente da rispettare, il cui solo nome vale per conquistarsi il rispetto dell'autorità. 

Pin passeggia, spensierato, pensando al suo segreto: all'osteria nessuno gli crede, ma lui l'impresa l'ha già compiuta: è entrato di diritto nella Resistenza,  rubando la P38 ad un soldato nemico, nonostante il suo punto di vista che parte da parecchi centimetri più in basso. Il genio di Italo Calvino, il cui esame di coscienza sui fatti della Liberazione lo portò a non rievocare più i tempi montagnoli del fu Santiago, se non malvolentieri e in qualche intervista, regala anche una testimonianza straniata e fanciullesca dei fatti che avrebbero segnato la storia d'Italia.
Il nano al cospetto dei colossi, volenteroso di salire sulle spalle dei giganti per guardare dall'alto con maestosità il conflitto che sembra appena sfiorarlo. Non c'è retorica nello scanzonato e pericolante Pin, sprezzante anima amante del rischio, che vive la Resistenza con i suoi ragionamenti tanto semplici quanto efficaci. Gli incontri che compie il fratello della prostituta che si sollazza con i tedeschi, la Nera del Carrugio, sono un'escalation di ricerca incessante di quel Grande Amico metafora della Libertà: come il fanciullo cerca un sentimento sincero e paritario, così i partigiani perseguono una volontà di un mondo migliore, libero, con una carica idealistica destinata a placarsi per arrivare ai tempi della "Speculazione Edilizia" dove tutto risulta ormai ammansito.

E' un oceano di personalità contrastanti quello che Pin conosce frequentando le brigate, in un'incredibile vicissitudine che lo vede diventare il "giullare di corte", assumendo i caratteri tutt'altro che buffoneschi della figura di origine medievale: cantore di verità, rivelatore di segreti nascosti, demolitore di entusiasmi flebili. Dall'inaffidabilità terrificante del Dritto al tradimento di Pelle, i partigiani sono un magma umano di unità da coordinare, con difficoltà e coraggio. Le riflessioni di Kim e Ferriera, in un discorso lucido e calcolatore, confermano l'ardua impresa da realizzare tra limitazioni e ristrettezze. In questo contesto così burrascoso l'irriverenza di un personaggio bambino si colloca come la punta di diamante di quell'eroica improvvisazione partigiana tanto amata dallo stesso Calvino, in un sovvertimento continuo e perpetuo delle sorti dell'individuo, come accaduto allo stesso autore nel passaggio da morte a salvezza nella fuga da un camion tedesco guasto nel quale era tenuto prigioniero. Pin è la voce di un'amara favola nella disperazione della guerra, nell'ansia per le sorti di un'intera nazione, che non tiene conto se non in maniera latente dei risvolti politici camuffando sotto una scorza ironica le istituzioni storiche ("Gap", "Comitato"), e fornendo un'idea forse un pò sconclusionata ma allo stesso tempo realistica della Resistenza come fenomeno talmente popolare da includere tutti, anche i bambini. La curiosità, virtù e insieme vizio di Pin, spinge il giovane protagonista alla ricerca di uno spazio fanciullesco in un mondo chiuso dall'oppressiva serietà dei grandi, colmi di propositi altisonanti ma in parte inconsapevoli della portata degli eventi che vivono proprio come il bambino. E non è un caso che l'unico faro nel variegato dipinto di partigiani e uomini sia Cugino, integerrimo e onesto, ma soprattutto il "Grande Amico" che tratta Pin da pari e gli confessa anche le pulsioni adulte più scandalose ("Sai, m'è venuto schifo e me ne sono andato senza far niente", riferito alla sua esperienza tutta da decifrare a cavallo tra sesso mancato e presunto omicidio con la Nera del Carrugio).


Il fare schietto e la personalità riservata del Cugino rendono criptica la sua identità, ma alla fine si discioglie nella sua amichevole pacatezza in quanto è l'unico che dà la mano a Pin - una stretta metaforica che significa l'accettazione della trasparenza e della sincerità del bambino nel mondo, duro, della Guerra. L'immagine finale del "Sentiero dei Nidi di Ragno", titolo desunto dal luogo nascosto e segreto di Pin, inviolato nonostante le bombe, regala ancora brividi dal 1947 - data della composizione del romanzo - ad oggi, perchè l'omone e il bambino tra le lucciole sono l'emblema bucolico dai tratti poetici di un conflitto che non può cancellare i sentimenti, non può arrestare la ricerca di una felicità interiore in un mondo migliore, rintracciabile per l'uomo dell'epoca "Oltre il ponte", tra boschi, sentieri e alberi testimoni silenti ma attivi di un Resistenza universale, fatta di eroismi non sovrumani, per grandi e bambini. 

Rocco Della Corte