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giovedì 5 maggio 2016

L'eco di Campana nella nebbia notturna: la perpetua ricerca della "Chimera"

Un viaggio chiamato amore, ma allo stesso tempo caratterizzato da una geniale follia: questa l'ideale epigrafe per riassumere il diario dell'esistenza di Dino Campana, il versificatore della notte di Marradi. 

Dalle prime esperienze scrittorie, con gli esosi prestiti per pubblicare la sua opera - che ha portato via all'autore per la stesura i più lunghi giorni - presso l'editore Ravagli, alla consacrazione letteraria, seppur tardiva, di una poetica all'avanguardia sebbene generata da una personalità nervosa e diavolesca.
"Sono un povero diavolo che scrive come sente", dichiarava infatti di sè l'errabondo poeta della "Chimera", incompreso da Soffici capace addirittura di dimenticare in soffitta il suo manoscritto, ritrovato ammucchiato nelle carte del saggista di "Lacerba" solo nel 1971 e inviatogli con tanto entusiasmo dalla sperduta provincia fiorentina. L'ex vociano si meriterà le minacce di morte più censurabili, per il suo ingiustificato silenzio. Il male oscuro attanaglia Campana, lo condiziona in ogni scelta di vita: è con frenesia che distribuisce le sue poesie nelle stazioni ferroviarie della Toscana, per colmare quel bisogno di esprimersi e far conoscere una sensibilità irrequieta e forsennata. Quasi leggendaria - e secondo Ungaretti esclusivamente fantasiosa - la sua esperienza in America Latina, dove le peregrinazioni occupavano gran parte delle giornate di un poeta che vuole dimenticare le prime, terribili, esperienze nelle strutture psichiatriche.
Lo scontro con l'istituzione del manicomio è forte e continuo, lo segna, a tal punto da farlo diventare portavoce sicuro di un disagio esistenziale raccontato da una poesia che si fa pensiero cantato, dalla definizione di rimbaudiana memoria. Nella mente di Dino Campana si fa buio, si offuscano le sensazioni, assumono un clima di onirismo perpetuo, tanto da dedicare numerosi componimenti alla veglia e alla notte intesa come momento d'ispirazione tenebrosa. I "Canti orfici", in tal senso, risultano essere un assemblamento unitario di prosa e versi, ma con ogni parola in grado di risaltare una musicalità estrema, una dolcezza latente, una delicatezza ricca di humanitas. L'ebefrenia non scalfisce la memoria, riversata di getto - dopo il vile rifiuto dell'ambiente letterario - nel suo volume, riscritto giorno e notte nel 1914 dopo il primo fallimentare tentativo di pubblicazione. Emilio Cecchi e Giovani Boine constatano subito la validità della produzione campaniana, mentre l'autore dei romanzeschi viaggi dell'anima instaura una relazione altrettanto vissuta sull'orlo dell'avventura con la scrittrice Sibilla Aleramo. La sua vita scorre discreta mentre "tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili", come scrive a Bino Binazzi, in quei manicomi così lontani dall'umanità che Campana aveva bisogno di sentirsi attorno, di percepire spontaneamente. Le estati, i simboli, le montagne, le rocce, le torri: stagioni, attimi, costruzioni, dal naturale all'umano tutto diventa poesia. Quella del cantore di Marradi è una poeticizzazione dell'universo, un "gorgo di luci" nel buio delle stanze isolate dei manicomi.
Nei temi fondamentali della sua poetica - tra verbi e aggettivi dal valore rafforzativo - emerge l'intensità di una parola a metà tra allucinazione e disastro, in oscillante e dinamica posizione tra la speranza e la rassegnazione. Il paradosso finale della poesia sta nell'essenza della stessa, inevitabilmente perseguibile e sconsolatamente irraggiungibile. La chimera diventa ossessione, ma anche serenità, rovesciamento eroico di una vita che non aveva saputo offrire alcuna certezza ma solo illusioni covate e poi frantumate. La soluzione è una congeniale e protettiva follia, che fino al 1932 - anno della morte nel  manicomio di Castelpulci per una setticemia rimediata da una ferita provocata da un tentativo di fuga scavalcando una recinzione - viene ricercata nei versi. L'immagine di Dino Campana, nostalgico ricordo di un primo Novecento ingrato, è nella ricerca "per teneri cieli lontane chiare ombre correnti" di una evocata e dannata chimera. 

Rocco Della Corte