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mercoledì 18 maggio 2016

L'amore per una atroce e sanguinosa libertà nell'immaginario meridionale di Carlo Levi

Nelle lande desolate della brulla e bianca campagna lucana si origina un fascino dell'ignoto scoperto solo dopo un periodo di prevenzione e recalcitranza, dovuto alla mentalità cittadina così distante da un mondo agricolo e di virgiliana memoria che rende animaleschi anche i paesaggi e gli abitanti. Il confino di Carlo Levi a Grassano e Aliano, nel materano, diventa il fulcro della sua riflessione antesignana di una questione meridionale vista con occhi innamorati e quasi autoctoni.

Dal liceo Alfieri di Torino, nel capoluogo piemontese popolato dagli amici Gramsci, Pavese ed Einaudi, Levi - di origine ebraica e borghese - entra in "Giustizia e Libertà", attirandosi i sospetti e la condanna a lasciare la città natale per addentrarsi in quella Lucania misteriosa di streghe, medicaciucci e sanaporcelle.

Il genio artistico, però, si mette in moto e fa dell'approccio negativo al nuovo luogo imposto un input per creare letteratura, in un immaginario che poco si prestava alla narrativa ma pure presentava numerosi spunti. Come un avventuriero al contatto con un popolo straniero, l'autore di "Cristo si è fermato a Eboli" carpisce la ricchezza dell'arretratezza così genuina dei popoli della Basilicata, identificando nel nome del Signore la civiltà, arrestatasi poco più a Sud di Salerno dove finisce il mondo del progresso. L'avanscoperta verso il profondo meridione, però, è tutt'altro che negativa e i cittadini di Aliano e Grassano diventano eroici, capaci di far amare le loro tradizioni e le loro usanze anche ad un forestiero cittadino abituato a salotti raffinati e non a giornate piovose in piccoli borghi consumati dalla routine.
La grazia concessa dal regime fascista al dottore confinato è quasi sgradita, perchè dopo l'esperienza a tratti mistica nel crogiuolo delle abitudini lucane Levi in coscienza si rende conto che Cristo forse è andato oltre la Campania, ma si palesa in altri modi avendo consegnato alle popolazioni lucane un'umanità che si fa didattica, imprevista e sorprendente. Gli epigrammi sferzanti di don Trajella, novello Marziale della Lucania, sembrano essere il residuo tragicomico e ridicolo dell'emarginazione verso persone che hanno invece tutte le carte in regola per entrare, senza snaturarsi, nell'Italia civile. Arretratezza e difficoltà economiche, infatti, non fermano l'affezione che tutto il paesino di Aliano mostra per il medico nordico, letteralmente conquistato sia psicologicamente che artisticamente, con i suoi quadri ispirati dalle distese verdi e bianche del territorio. Levi più che un antesignano della querelle del Sud è un risolvitore, perchè invita - lanciando un messaggio di propositivo interesse antropologico - i potenti e i grandi ad accettare nella loro unità peninsulare quella Lucania che pullula di sobrio realismo, nonostante le condizioni di oggettiva difficoltà. Come il lieto fine di una favola, quindi, alla sua morte - il 4 gennaio 1975 - l'autore impegnato mantiene il suo impegno: la promessa di ritornare in Lucania fa sì che Levi venga seppellito per sua esplicita volontà nel cimitero di Aliano, proprio quel luogo che era il limite invalicabile oltre il quale non poteva andare per le restrizione imposte dalla sua "prigionia" ai tempi del soggiorno forzato. Non solo Basilicata, però, nel cuore piemontese dello scrittore colpito dalla "dolente bellezza" del mezzogiorno: tra le sue "Mille patrie" anche la Sicilia de "Le parole sono pietre", bella e dannata, raccontata con ardore a partire da un amore simpatetico con il cosmo contadino della patria isolana fatta di legami fraterni e "serietà silenziosa".
Eletto per due volte Senatore della Repubblica nei collegi di Civitavecchia e Velletri, Carlo Levi tra Gobetti e Rosselli scrive come dipinge, facendo della libertà d'espressione le prerogative imprescindibili del calamaio e del pennello. Puntuali come quell' "Orologio", che si è fermato nel dicembre del 1945 dando vita ad una stagione di incerti tumulti, le analisi di Levi sono intensamente sociologiche e sconfinatamente traboccanti di un amore implicito verso un'Italia così unica e complicata, agli antipodi della Germania raffigurata nella "Doppia notte dei Tigli", ma inimitabile nella sua sguaiata bellezza. Con la sua vista acuta - nonostante la parziale cecità vissuta dall'autore - frutto di tanti viaggi e tante esperienze, Carlo Levi ha lasciato dietro di sè storie di eroica follia  e ferocia disperata, alimentando la desiderosa speranza di "una rivoluzione contadina" senza la quale resta una atroce, sanguinosa libertà. 

Rocco Della Corte