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venerdì 29 aprile 2016

La carica eversiva della poesia deformante di "quelle come" Alda Merini

Solo a pochi è riservato nascere il ventuno a primavera, e scoprire dopo, in un secondo momento, che nascere folle ed aprire le zolle non può far altro che scatenar tempesta. Nello specifico un autentico nubifragio di emozioni, condensate in una poetica di raro valore letterario, a metà tra il popolare e il sublime, è quello che si è abbattuto sul mondo al passaggio dell'estro creativo di Alda Merini, la scrittrice dei Navigli.

Fulminante nella sua sagacia, saggia e allo stesso tempo dotata di quel pizzico di follia che non guasta ma impreziosisce, la poetessa milanese nasce (nel 1931) e cresce nel capoluogo lombardo, mostrando sin da adolescente i primi sintomi di una melanconia esistenziale in evoluzione.
La risultante di questo processo organico - intellettuale è il "Diario di una diversa", che scopre pian piano le ombre della sua mente fino a trasformarle in prezioso rifugio verso un mondo che bistratta, isola e volgarizza dall'alto del sole della normalità. La furiosa reazione nei confronti del marito, Ettore Carniti, un panettiere che letteralmente si oppone al detto secondo cui la poesia non dà pane, è solo il prologo ad una quotidianità fatta di sereno e tempestoso, di sanità e malattia, nel senso più lato ed inclusivo dei due termini oppositori. Il disturbo bipolare, che rendeva la Merini nevrotica, diventa tuttavia la metafora di un fiore, ora ritto e ora appassito, proprio come la poetessa si sentiva e intimamente confessa ne "L'altra verità".

Il Caffè Chimera, eco campaniano per la sua onomastica, diventa il luogo dove la poetessa si reca e concepisce "Delirio Amoroso", "Tormento delle figure", "Vuoto d'amore": il silenzio è ormai rotto per sempre, i suoi versi attesi dal pubblico come un tram alla fermata in un pomeriggio piovoso. La vita però non è semplice, neanche dal punto di vista economico: soltanto pochi anni prima dell'irruzione definitiva sulla scena letteraria - a cavallo tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta - la poetessa scoperta da Giacinto Spagnoletti aveva dovuto affittare una stanza della sua modesta abitazione al pittore Charles, prima di trasferirsi a Taranto, e sposare Michele Pierri, poeta anch'egli che apprezzava le doti artistiche di Alda. Questi episodi non sono dimenticati perchè rappresentano quella morte ripetuta propria di un poeta, che "vende i suoi guai migliori" ed è assolto per insufficienza di prove. Gli internamenti - tutti rigorosamente volontari, come spiegato dalla stessa poetessa - continuano a segnare le tappe del cammino esistenziale della Merini. Anche nel profondo Sud non mancano i periodi in manicomio, per "godersi l'inferno della vita" nel mondo dei matti già popolato da illustri personaggi come appunto Campana, Tasso, Horderlin e tanti altri (lo specificherà con orgoglio lei stessa in "Lettere a un racconto"). I lucidi ritratti del mondo contemporaneo, descritto senza censurare neanche i meandri più scabrosi e meno confacenti ad una poesia idealizzata, attraversano in lungo e in largo la produzione di Alda Merini che con i suoi versi abbraccia - seduta, convulsamente, sul trono privilegiato della follia, ogni sentimento ed ogni sensazione catalizzandola con parole simultaneamente dirette e misteriose.

Tutte le passioni vissute, intensamente, con una voglia di vivere fuori dal comune sgorgano direttamente dal cuore di una poetessa che non ha pace e sogna pace per gli altri, senza rinnegare una "pazzia" che merita applausi per la libertà dei sogni che fa emergere. La componente mistica in tale contesto si colloca come l'esaltazione finale dei versi di una donna sorridente, pacata, anche nella sua dissolutezza mentale, in grado di lasciare messaggi di profetica attualità, come è costume di chi si rende conto che inventare - versi, storie, racconti, romanzi - ha una carica eversiva la cui onda d'urto può essere assorbita solo dalla cultura. Conoscere a fondo Alda Merini è missione chimerica, equivarrebbe a svelare atavici misteri dell'inconscio umano, tanto impenetrabile quanto affascinante. Basti accontentarsi di come la poetessa dei Navigli, con il suo tono di voce rassicurante e ammaliante, rea di aver commesso solo un prezioso ed imperdonabile "Reato di vita", abbia lasciato dietro di sè una scia interminabile di commozione e passione letteraria, civica, culturale, insegnando il dolore, definito in maniera stentorea e inequivocabile come "la sorpresa di non conoscersi".


Rocco Della Corte