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giovedì 17 marzo 2016

Dacia Maraini fa il pienone alla "Casa della Cultura e della Musica": presentato il suo ultimo romanzo "La bambina e il sognatore"

«Quando un bambino chiede alla mamma: “Mi racconti una storia?” è lì che comincia la letteratura». Sotto questa epigrafe potrebbe iscriversi la seguitissima presentazione dell’ultimo libro di Dacia Maraini, "La bambina e il sognatore", avvenuta il 16 marzo presso la nuova Casa della cultura e della Musica, che verrà inaugurata nella sua complessità il 2 aprile, in coincidenza con la festa delle Camelie, ma che è stata aperta in anteprima, in questa occasione, per consentire un maggiore coinvolgimento dei cittadini, accorsi in gran numero. 


Il luogo di per sé già trasporta in un’altra epoca, con gli affreschi dai colori ancora vividi sulle pareti restaurate dell’ormai sconsacrato convento del Carmine, ora adibito, secondo quanto ha dichiarato in apertura il sindaco Fausto Servadio, a nuovo luogo di incontro, ganglio centrale della cultura di una città che mira a recuperare e rivalutare i suoi luoghi storici.

La presenza placida e avvolgente della Maraini nella biblioteca comunale, voluta fortemente dall’impeccabile organizzatrice dell’evento Ottavia Lavino, titolare dell'agenzia Blink, e supportata dall’Assessore alla Cultura Ilaria Usai con il patrocinio dell'amministrazione comunale, la quale ha sottolineato il supporto fondamentale degli operai per il termine dei lavori di ristrutturazione dell’edificio, rappresenta il modo migliore per segnare positivamente la nascita di questo nuovo organo della vita cittadina, sul quale si punta molto in termini di futuro investimento.
La voce dello scrittore Aurelio Picca introduce la figura della Maraini, rimasta fedele negli anni alla sua ricerca, alla perenne vocazione dello scrittore di sondare in tutti i suoi aspetti l’uomo. La presa del reale è il comune denominatore nel quale tutta la produzione dell’autrice siciliana può racchiudersi, la scrittura è sempre piegata alla conoscenza, non punta all’estetismo della parola ma comunica verità profonde, emergenti dalla vita quotidiana. Proprio da questa complessità prende avvio il romanzo della Maraini, privo di carattere autobiografico, se non fosse per l’istintivo sentimento di affetto e solidarietà provato per il coraggioso lavoro degli insegnanti, incontrati in circostanza delle frequenti presentazioni nelle scuole, poco considerati socialmente, eppure unico pilastro dell’istruzione. La Maraini racconta delle prime paure nate all’idea di profondarsi nella mente di un uomo, maestro e padre che ha perduto sua figlia malata di leucemia, superate grazie all’inseguimento dei sentieri della letteratura, diretti all’indagine di tutto ciò che è umano. Il percorso del maestro verso la sublimazione del dolore per la morte della figlia, ottenuto con l’impegno di cercare un’altra bambina, molto simile alla sua, misteriosamente scomparsa, si incontra con numerosi altri luoghi letterari.
La parola, aderente al reale, scava e prende spunto dai casi di cronaca, come quelli dei bambini rapiti e della prostituzione minorile, si impegna a trattare di problematiche sentite, a esprimere il concetto di razzismo in modo impensabile: «la pelle parla», ovvero racconta la sua storia, non determinata da differenze biologiche ma solo climatiche. Il romanzo diventa il centro di una riflessione metanarrativa quando il maestro, in oggettiva difficoltà, comprende che l’attenzione dei bambini può essere ottenuta solo con la narrazione di storie, con un racconto che circonda i sensi e sospende l’azione. Durante la presentazione, non a caso, si fa riferimento alle più antiche e belle storie dell’umanità: la perdita dolorosa di Euridice da parte di Orfeo, la storia di Pinocchio e Geppetto simbolo dell’amore paterno e la stringente narrazione frantumata di Sherazad nelle Mille e una notte. Dietro alla filiera di modelli si profila il senso profondo che la Maraini ha voluto lasciare all’interno del suo romanzo, l’indicazione che dietro alla narrazione si nasconde uno dei primi bisogni dell’uomo, affidato anticamente prima ancora che alle parole scritte alla modulazione della voce. Il tempo della narrazione è lungo, si oppone fisiologicamente alla violenza e dove c’è il racconto la morte non esiste, la letteratura ha una funzione salvifica soprattutto nel presente, dove il terrorismo mina costantemente le nostre sicurezze. La Maraini chiude il suo discorso con una citazione del critico Ortega y Gasset, «In un libro ci si impaesa, e quando questo accade, poi si fa fatica a spaesarsi», che sembra adatta a descrivere la difficoltà del lettore a staccarsi dalle seducenti pagine di un libro, ma anche a rappresentare la condizione della folta platea astante alla presentazione, incatenata dalle parole affabulatrici di Dacia Maraini.

Valentina Leone