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venerdì 4 marzo 2016

1916-2016: in ricordo di Giorgio Bassani, colui che suggellò "quel poco che il cuore ha saputo ricordare"

Il cimitero ebraico di Ferrara si trova al margine settentrionale della città. Qui il silenzio avvolge ogni cosa, i piedi affondano sulla terra gravida di umidità. All’ingresso, sulla sinistra, si scorgono le tombe dei Finzi e dei Contini, poste le une accanto alle altre, legate da qualcosa di più denso di un romanzo. 


Anche Giorgio Bassani, lo scrittore che proprio ne Il giardino dei Finzi- Contini immortalò la quotidianità di questa famiglia destinata alla deportazione, è sepolto qui dal 2000, anno della morte. Cercando la sua presenza il respiro si attenua e la nebbia sembra appropriarsi di ogni spazio, fino a porsi a custodia del cuore.

La sua tomba quasi passa inosservata, distaccata dalle altre, emerge nella sua maestosa solitudine davanti alle mura. A ornarla, oltre all’arte dello scultore Arnaldo Pomodoro, bastano un girasole, forse posto da qualche visitatore, e una pianta di rose, ancora pallide e intirizzite in una gelata mattina invernale. Giorgio Bassani è conosciuto generalmente come il cantore di Ferrara, la ha voluta raccontare in ogni sua sfaccettatura, percorrendo le strade con un taccuino in mano, e ogni volta che i ferraresi lo vedevano vagare sapevano che lo scrittore era entrato in fase compositiva, di lì a poco la loro città sarebbe stata sublimata dalla letteratura.
Tuttavia quei percorsi, nei suoi tragitti inaspettati, lo portarono anche a Velletri, nel faticoso tentativo di conquistarsi un cantuccio nella Capitale. Erano gli anni ’50, legati al dopo-guerra, all’incessante opera di ricostruzione, gli stessi dell’inaspettato boom economico. Velletri aveva allora il volto ancora sfregiato dalle bombe gettate dai tedeschi, quasi tutto era ancora da ricostruire; mentre Bassani, oltre a mantenere viva la sua carriera letteraria e di sceneggiatore, insegnava italiano, veniva da un periodo trascorso nell’Istituto Nautico di Napoli, fino a che non ottenne l’incarico di insegnare presso l’Istituto d’Arte di Velletri nella sede di via Novelli. Di quest’esperienza di insegnamento rimane una sua lunga dichiarazione, presentata da Silvana Onofri, membro della
Fondazione Bassani, come una denuncia ancora attualizzabile dello stato della scuola statale italiana. Per raggiungere la città di provincia Bassani percorreva la via dei Laghi in motorino, il vento lo attraversava dopo ogni curva, e arrivava illeso nella città ricolmo di quel dono profetico che tutti i grandi scrittori posseggono. Trovare difetti nella realtà veliterna del tempo era facile, più complesso era invece rendere quel periferico punto della cartina geografica il centro di un ragionamento dalle prospettive nazionali: «Ho fatto quindi il professore nella Scuola d’Arte di Velletri. Non vi illuda la parola “scuola d’arte”. In realtà non si insegna l’arte. Sono ragazzini che sembrano usciti dalle caverne, non parlano assolutamente l’italiano, parlano un dialetto che è romanesco che sente già l’influenza del sud, un dialetto barbarissimo, composto di pochissime parole e lontanissimo dalla lingua nazionale». È inevitabile che sul Bassani professore prenda il sopravvento lo scrittore, il ricercatore dell’esattezza della parola, messo a confronto con degli alunni di estrazione prevalentemente contadina e avviati a un lavoro di mestiere, non di ragionamento. La descrizione del dialetto velletrano sembra fotografare la sua essenza più profonda e impenetrabile, a metà strada tra il Centro e il Sud Italia: «[...] Io dovevo dunque spiegare la traduzione dell’Odissea del Pindemonte. Ora la traduzione dell’Odissea del Pindemonte è forse il testo poetico più difficile della letteratura italiana, difficile come lingua: nessuna parola di quel testo, o pochissime, corrispondono all’italiano parlato correntemente. C’è una deformazione così manieristica, neoclassica, imposta a tutte le frasi: ad esempio “Com’angue che lubrico si convolve”.
Ora questo è un verso di Pindemonte che io dovevo spiegare a dei ragazzini che non sanno nemmeno che tavolo in italiano è il tavolo. È una cosa terribile». L’incomunicabilità domina lo spazio vuoto tra professore e alunno, un senso misterioso e inattingibile gravita sulle parole dell’italiano aulico, lontanissimo da quel dialetto che nomina gli oggetti a modo suo, con un linguaggio che aderisce diversamente alle cose. Ma, oltre al problema di comunicazione, gli alunni erano privi anche dei più banali strumenti per poter studiare: «Ora, questi ragazzini venivano avviati alla scuola come dei poveri porcellini, così, sporchi, laceri,senza una penna, senza una gomma, senza un libro, senza un abbecedario. Non avevano nemmeno assolutamente la possibilità di comperare questi libri. La scuola, lo Stato provvedeva però e li riforniva di un abbecedario, di un sussidiario, di una enciclopedia che stava in un armadietto di fianco alla cattedra. Non so nemmeno se fosse una cattedra: era uno sgabello dove io stavo, naturalmente con il paletot. C’era dunque un armadietto di antologie che venivano distribuite da me prima della lezione: non glieli regalava nemmeno lo stato a questi ragazzini, non lo regalava nemmeno: ed era, vi garantisco, il più scalcinato, inverosimile, il più pascoliano di quart’ordine degli abbecedari che io abbia mai visto … e lo Stato non aveva nemmeno il coraggio, la forza di donare quel simbolo della cultura». Nelle parole di Bassani assente non è la cultura ma lo Stato, che vede i problemi e non provvede, lasciando scorrazzare gli alunni come dei «poveri porcellini», inconsapevoli del loro diritto di studiare, di poter liberare il loro pensiero con la lettura.
E infatti Bassani amaramente conclude dicendo: «Ora io ho raccontato questo episodio per dire limitatamente, entro certi campi, io sarei estremamente favorevole ad un intervento dello Stato nella cultura e nelle cose della cultura. [...]Nel campo della scuola, ad esempio e in queste cose necessarie e fondamentali, ogni intervento statale, ogni partecipazione della macchina e della burocrazia dello stato è indispensabile». Un problema cruciale quello dell’insegnamento, dei limiti imposti all’insegnante non dalla predisposizione indolente dei propri alunni, ma dalla mancanza delle condizioni necessarie per compiere il proprio lavoro. Ostacolo sentito con maggiore acutezza da un animo sensibile come quello di Giorgio Bassani, sostenitore della valorizzazione del patrimonio italiano, fosse esso quello artistico-letterario o quello naturalistico, che accusava l’abbandono della scuola e lanciava un ultimo appello prima che fosse tardi. Molto tempo è passato da quelle dichiarazioni, foriere di un’amara verità, ma nel Centenario dalla nascita di Giorgio Bassani, nato il 4 marzo 1916, è d’obbligo che Velletri, città che lo ha ospitato, ricordi il poeta della memoria e lo celebri con le vibranti parole che lui stesso pose a chiusura de Il Giardino dei Finzi-Contini, oltre le quali sarebbe impossibile andare oltre. A Giorgio Bassani, «sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare».

Valentina Leone