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sabato 16 gennaio 2016

Pagine sparse/2: Torquato Tasso

Ognuno di noi custodisce nella mente un piccolo Parnaso, quel novero di scrittori che riescono a trasmetterci, soprattutto nei momenti più difficili, sensazioni forti, idee che sollevandosi dalla carta ci restano impresse e influiscono sul nostro modo di vivere, sull’interpretazione che diamo al mondo. 


Alcuni preferiscono le letture contemporanee e attuali, altri invece amano profondarsi e nascondersi nei tempi antichi che sentono più vicini al proprio animo ma, qualunque sia la predilezione personale, il richiamo esercitato da alcuni autori è troppo cogente per rimanere del tutto inascoltato.
La voce poetica di Torquato Tasso, nato nel 1544 a Sorrento, ha travalicato non senza ragione i secoli e giunge fino a noi ancora intatta, ricca di quella esperienza personale travagliata e sofferente che spesso hanno fatto collocare questo autore nel gruppo dei nati sotto l’influsso di Saturno, annichilati ma anche perennemente stimolati dalla fervente malinconia.
L’interpretazione del poeta umbratile rimasto chiuso sette anni nell’ospedale sant’Anna di Ferrara, eccelsa espressione del binomio formato dal genio e dalla follia, spesso si è sostituita alle opere stesse, a quello slancio che proviene da una produzione molto vasta e variegata, mirata a coprire i vasti campi della letteratura cinquecentesca. L’opera senza dubbio più conosciuta, alla quale solitamente viene legato il nome di Tasso, è la Gerusalemme liberata, poema epico in ottave che, edito per la prima volta nel 1581, ebbe un immediato successo presso i lettori del tempo e scatenò numerose polemiche intorno alla sua superiorità o meno rispetto all’Orlando furioso di Ariosto. In realtà il testo che possediamo oggi, in tutte le edizioni disponibili, non fu mai accettato dall’autore che, dopo un decennale lavoro teso a trovare un equilibrio tra diverse istanze poetiche, abbandonò la sua opera facendola rimanere una «grande incompiuta». La sensazione del lettore tuttavia è tutt’altro che indeterminata e incompleta: la volontà tassiana di raccogliere nel suo poema un «picciolo mondo» nel quale fosse espresso, come in una miniatura, tutto ciò che fa parte dell’umano emerge costantemente dal ritmo melodico dei suoi endecasillabi.
Il valore di opera-mondo, di poema che compendia in sé una completa idea dell’uomo, è percepibile nella rappresentazione del grande conflitto tra Inferno e Cielo, tra le forze infernali e quelle divine che, acquistando corporeità, muovono l’intero sviluppo narrativo parallelamente a quelle umane. All’interno della contrapposizione tra Bene e Male, non fine a se stessa ma efficacemente connaturata al poema stesso, si vanno a collocare i personaggi, distinguibili nel fronte crociato, aspirante a trovare una sua unità nell’impresa della liberazione del Santo Sepolcro, e nel multiforme schieramento pagano, animato da movimenti centrifughi e di dispersione fascinosa. Nessuno dei protagonisti sfugge all’occhio partecipe del «narratore passionato» che, con il suo sguardo penetrante, li rappresenta con pochi ma essenziali tratti. Così il poema viene a essere abitato da personaggi che con la loro profondità acquistano uno spessore inaspettato per un lettore moderno, ogni volta immerso in una o in un’altra individualità psicologica: non si può sfuggire alla problematicità complessa suggerita da Tancredi, ai suoi tormenti amorosi che lo rendono incapace di partecipare totalmente all’afflato crociato; Rinaldo, il giovane guerriero predestinato a essere decisivo nella risoluzione della favola, ricorda con il suo percorso di formazione che le tensioni all’irrazionalità devono poi essere sempre poste alla guida della matura ragione, rappresentata nel poema dal capitano Goffredo, portatore di ideali epici che pur nella loro integrità lasciano filtrare le debolezze umane o anche solo il sentimento della preoccupazione e la voracità del pensiero turbinoso, espresso solitamente dall’immagine della tempesta di pensieri. Sul fronte pagano colpisce la fierezza sfrontata e titanica di Argante, irriducibile a una sottomissione fino all’ultimo; mentre la visione amara che accompagna Solimano, re più volte sconfitto, sembra la più adatta a esprimere «l’aspra tragedia de lo stato umano», la fragilità della nostra condizione esposta ai «gran giochi del caso e della sorte». Infine, la poliedricità dell’universo femminile risulta essenziale a portare alla luce le note più nascoste dell’animo, a far vibrare il poema di quella completezza universale a cui aspirava: Erminia, Clorinda, Armida sono i tre nomi attorno ai quali si coniuga in diverse forme la femminilità, necessaria quanto la controparte guerresca a intridere l’opera di vita interiore. Un’analisi meno superficiale rischierebbe forse di rovinare la lettura solitaria. Rimane soltanto da esprimere il senso di estrema emozione che permane a ogni, appassionata, lettura della Liberata. Quando un’opera rinasce di nuovo sotto il nostro sguardo, nonostante la nostra confidenza, ribadisce il suo seme di eternità, come disse in altri modi Calvino fornisce il segno espresso che ci troviamo di fronte a un classico.

Valentina Leone