menù



Sponsor


mercoledì 30 dicembre 2015

Un'opera d'arte dal triestino al velletrano: lo Svevo de "Il terzetto spezzato" portato nella lingua di Velletri

La traduzione è un’operazione complessa, quasi un rebus enigmistico. Implica che si conoscano perfettamente la lingua di partenza e quella di arrivo, che i significati vengano resi nelle loro sfumature possibilmente non tradendo nessuna delle due lingue. 


Il traduttore deve essere fedele ma, come già annotava in alcuni passi del suo Zibaldone Giacomo Leopardi, deve essere soprattutto creativo, saper sfruttare di una lingua le possibilità espressive ancora inesplorate.

Il delicato compito diventa forse più semplice quando il passaggio avviene in un testo destinato alla rappresentazione scenica e teatrale, partendo dall’omogeneità composta dell’italiano per arrivare all’immediatezza espressiva dei dialetti regionali. Un’iniziativa che ha avuto luogo il 29 luglio del 2012 a Cannole, vicino Lecce, ha avuto il merito qualche anno fa di aver portato di nuovo alla ribalta la questione e offre oggi uno spunto di riflessione per presentare, come antagonista dell’italiano, il dialetto velletrano. Il trovato, questa volta almeno, è stato nuovo dal momento che “Il terzetto spezzato”, classico italiano dell’autore triestino Italo Svevo, è stato trasposto nel dialetto di Velletri con l’effetto di far parlare i protagonisti estranei al mondo contadino e provinciale- un imprenditore, un romanziere e un fantasma- con una lingua non loro propria, come ci si aspetterebbe dalla tradizione locale, ma in dialetto. Il sondaggio delle possibilità espressive del dialetto velletrano ha innescato anche un lavoro filologico di ricostruzione del tessuto di una lingua che vede i suoi limiti nell’espressione dei sentimenti, all’interno del territorio della cangiante interiorità, e trova invece la sua natura nella presa diretta della vita. Dall’operazione di traduzione portata avanti da Roberto Zaccagnini è emersa la difficoltà del dialetto velletrano a trasmettere il mondo dei sentimenti, a parlare agli uomini delle loro emozioni. Nella produzione letteraria dialettale, in poesia come in teatro, si era sempre evitato il problema, privilegiando la messa in scena di opere che non avessero al loro centro un intreccio amoroso.
La necessità di rappresentare la commedia di Svevo, ricca di situazioni che si sviluppano a partire da malintesi coniugali, ha costituito un modo alternativo per testare le duttilità dei diversi sistemi linguistici. In velletrano la semplice frase “ti voglio bene” diventa “ti voglio bbè”, con un troncamento che sembra lasciare a metà la parola e il sentimento, mentre il più impegnativo “ti amo” non trova riscontri, è come se non esistesse nelle sfere dell’immaginario. “Te amo” è un’espressione artificiale, sa di romanaccio, e si mostra come un corpo estraneo al parlante, la perifrasi “me fai sbollaccià ‘o sangue”, ovvero “mi fai ribollire il sangue”, invece perde l’incisività di dichiarazione amorosa e diventa esca di un facile umorismo. La tensione del dialetto velletrano al fascino del comico, al ribaltamento e al rimpicciolimento di grandi questioni, viene in qualche modo confermata da un detto abbastanza diffuso in città in cui la moglie dice al marito: “Caro, dimmi una parola dolce!". E lui: "Ciammellone!". La moglie viene presa alla lettera e all’espressione di affetto, astratta, viene sostituito il nome di un dolce quanto mai reale. Il detto, espressione della voce popolare, è sintomatico della natura del dialetto velletrano: la sua anima libera non riesce a essere ingabbiata nel vischio dell’introspezione e si adatta liberamente a ciò che più gli è vicino. Come se fosse la sua affinità elettiva il dialetto velletrano trova il suo complementare nella vena comica, dando luogo a una percezione di questa lingua che non sfugge nemmeno all’ascoltatore più inesperto.

Valentina Leone