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mercoledì 16 dicembre 2015

Un tesoro esposto a Velletri, discreto e splendente nel Museo c'è il Sarcofago delle Fatiche di Ercole

A volte anche i più grandi capolavori hanno un difetto quando oscurano con il loro prestigio meraviglie altrettanto eccezionali, messe in secondo piano solamente perché non sono colpite dall’amore a prima vista dei visitatori. 


Così accade a chi visita il Museo Civico Archeologico di Velletri: in un momento si chiude la porta di ingresso alle spalle, lo sguardo basso e ancora impreparato corre lungo il pavimento, dove è collocato un sarcofago medievale a bassorilievo, fino a quando, arrivato al termine del corridoio prospettico, non è costretto a prendere il volo e a raggiungere le vertiginose altezze della statua che rappresenta Pallade Atena, calco in gesso dell’originale marmoreo custodito nel museo parigino del Louvre.

Eppure all’interno della collezione veliterna è custodito un pezzo notevolmente più importante a livello artistico e storico, al punto che un servizio del 2007 a cura di Alberto Angela a esso dedicato, all’interno di una puntata sulle tombe monumentali, portò a un aumento sostanziale del flusso di visitatori.
La vera chiave di violino che fa suonare l’intero Museo Civico non è la copia della Pallade veliterna ma il sarcofago delle fatiche di Ercole, monumentale opera risalente al II secolo d. C. considerata un unicum nella produzione funeraria romana, per le sue dimensioni e per il suo apparato decorativo. Riportato alla luce nel 1955, in località Arcioni, questo sarcofago a forma di tempio rappresenta un compendio della simbologia sepolcrale pagana con le sue 184 raffigurazioni che corrono su due piani lungo i quattro lati, senza soluzione di continuità. Ercole, l’eroe di origine divina perseguitato da Giunone, è il protagonista della maggior parte delle scene rappresentate sul sarcofago, condividendo il compito di accompagnare il defunto nell’aldilà insieme alle figure di Protesilao, Proserpina e Alcesti, tutte accomunate dalla loro relazione con l’Oltretomba, dal partecipare a una condizione che impone il superamento dei normali limiti. Lo status eroico di Ercole, poco meno che divino e superiore all’umano, lo rese già in antichità caro e venerato anche dalle persone comuni che vi riflettevano le qualità della forza e della perseveranza, espresse dagli oggetti a lui solitamente attribuiti, la clava e la pelle di leone, che ancora permettono oggi di riconoscere e distinguere le sue rappresentazioni dalle altre che popolano i nostri musei. Un personaggio mitologico dunque, che attraverso le continue prove sostenute, i travagli, le soddisfazioni e l’ascesa all’Olimpo ha potuto conquistare una solidità reale nel momento in cui da protagonista di racconti si è prestato a veicolare significati che avessero presa sulla vita degli uomini, essendo concentrato nella sua figura il simbolo delle difficoltà che permeano qualsiasi esistenza, senza alcuna eccezione. Così le dodici fatiche che Ercole compì al servizio del sovrano Euristeo, per espiare l’omicidio della moglie Megara e dei tre figli, adornano tre dei quattro lati del Sarcofago veliterno, rendendolo testimone di un racconto che si sviluppa in tempi e in spazi diversi, narrante la purificazione di un eroe alla faticosa e lenta conquista della sua divinità, ovvero del dominio su sé stesso e sulle proprie passioni. Il committente, sicuramente un uomo facoltoso, ha deciso di legare il suo destino a quello di un dio, di comunicare a chi avesse un giorno guardato il luogo dove era sepolto che esistevano altri esempi di ritorno dall’aldilà e che la vita non finisce dopo la vita.
Il defunto-committente, portatore di un messaggio di speranza non così inusuale in età romana, riacquista la sua centralità all’interno del sarcofago con la sua rappresentazione davanti alle porte dell’Ade, posta in modo speculare a quella della dodicesima fatica presente sul lato opposto, nella quale Ercole riesce a strappare agli Inferi l’anima e il corpo della bella Alcesti, amata perdutamente da Admeto e per lui sacrificatasi. Probabilmente la ricchezza figurativa di questa opera è tale da non essere decifrabile al primo contatto visivo, la bellezza va assaporata prima che la sensazione scappi via. Se non si è trattato di un amore al primo sguardo potrebbe questo essere un amore all’ultimo sguardo, come nella poesia A una passante di Baudelaire: “Un lampo, poi la notte! - Bellezza fuggitiva/dallo sguardo che m'ha fatto subito rinascere,/ ti rivedrò solo nell'eternità?// Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!/ Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove io vado,/ tu che avrei amata, tu che lo sapevi!”

Valentina Leone