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sabato 7 novembre 2015

Lo sapevate che c'è una Velletri nascosta? Viaggio tra le ville reali e immaginarie della 'perla' dei Castelli

Nel quotidiano uso della vita comune, e forse anche per la nostra stessa tendenza al controllo e alla mania di classificazione, le persone sono denotate da alcuni dati schematici: il nome, il cognome, la data di nascita e la provenienza sono dei tratti significativi che sinteticamente parlano di noi e ci definiscono. 


Allo stesso modo per una città la sua posizione, il modo in cui si rapporta con il mondo geografico che la circonda, è fondamentale per conoscerne l’identità e comprendere alcuni meccanismi della sua storia. Velletri si trova in una collocazione eminente, adagiata su un’altura di 332 metri che rendeva strategicamente possibile l’apertura dell’orizzonte da un lato verso il paesaggio vulcanico dei Colli albani e dall’altro verso quello paludoso della pianura pontina.

La sua relativa lontananza dall’Urbe, di poco più di quaranta chilometri, ha permesso che rimanesse a una distanza perfetta, in una dimensione tutta propria che consentisse nel medesimo momento una comunicazione con le realtà altre e lo spazio sufficiente per lo sviluppo interno. E probabilmente proprio per la sua posizione di frontiera tra la città e la campagna, non isolata ma immersa nel verde, Velletri è stata scelta già in età antica come luogo di residenza per l’otium, ovvero tutto ciò che esclude l’attività lavorativa e che non significa far languire l’animo nel riposo ma temprarlo con le più diverse attività. Eppure, come scriveva Calvino, “la realtà si presenta ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti. Come un carciofo” e bisogna continuare a sfogliarla, senza fermarsi alla superficie o davanti alla sua complessità. Nel tempo, infatti, la verità storica sulla presenza di antiche ville romane si è confusa sempre più con la voce popolare, rendendo difficile a volte sceverare i due piani.
Ai reperti concreti che sono stati rinvenuti dagli archeologi e ai racconti delle fonti che hanno tramandato il passaggio in questo territorio di personalità importanti e influenti al tempo, come gli imperatori romani, si sono aggiunte le invenzioni di una fantasia feconda, che a partire da piccoli dettagli ha immaginato per la propria città una storia diversa e gloriosa. Per il nostro itinerario lungo i luoghi reali e le proiezioni fantastiche che a essi si sono saldati, lasciando una rilevante traccia antropologica, la stazione e l’area a essa circostante sembrano il punto migliore da cui partire. Ogni giorno di qui passano molte persone che partono, si incontrano, ritornano o portano i bambini a giocare presso ai giardini di viale Marconi, ignorando che sotto allo spesso strato di erba, di aiuole e di terra si nascondano i resti di una villa romana e di alcune cisterne databili al I secolo a. C., l’ultimo periodo dell’età repubblicana. Nel IV-V secolo d. C. si è in seguito sovrapposto allo stesso livello un battistero cristiano, il quale tuttavia si affiancò a questi resti, senza coprirli, con un rispetto verso l’antico che ha fatto ipotizzare la presenza in questo luogo della piccola villa suburbana degli Ottavi dove soggiornò Augusto da bambino. Forse ancora più abbandonati, perché sommersi dagli abusi, sono i resti della villa del primo princeps della storia presso la località S. Cesareo di cui rimangono ancora in piedi poche ma rilevanti vestigia dell’antico edificio, ormai inglobato in costruzioni o diventato puntello di appoggio per l’abbarbicarsi delle viti. Gli scavi portati avanti dal XVII secolo in località piazza di Mario, ai quali seguì il rinvenimento di resti di una villa patrizia, adornata con statue raffiguranti figure mitologiche, hanno fatto attribuire a Caio Mario, famoso homo novus e uomo di potere dell’età repubblicana, il possesso della estesa proprietà. Il toponimo di Colle Ottone ha influito invece nel riferimento delle rovine di una villa romana, ancora visibili nella loro imponenza fino al XVIII secolo, all’omonimo imperatore, il quale secondo il racconto di Svetonio sarebbe stato sepolto proprio in questo luogo.
Diverso il caso di Nerva il cui transito in questi luoghi è stato per sempre legato al Colle Nerva, denominato anche Colle Ulisse, e a una fantomatica villa di cui però non si è trovata ancora traccia. Potrebbero essere fatti e approfonditi tanti altri esempi di ville residenziali che hanno restituito reperti, come quella presso Le Corti da dove proviene la statua di Pallade Atena, o di ville immaginarie, viventi solo nel multiforme ingegno di chi vive o passa in questi luoghi. Tuttavia l’intreccio tra vero e finto e la convinzione che come diceva Sant’Agostino “non è falso ciò che significa” portano a rivalutare ancora una volta la vitalità del suolo, della storia e degli abitanti del veliterno e le sue infinite, e troppo spesso non sfruttate, possibilità.

Valentina Leone