menù



Sponsor


sabato 14 novembre 2015

Il santuario di Diana: ad un passo dal divino...

È diventato un luogo accessibile a pochi e fortunati eletti il tempio dedicato a Diana Aricina a Nemi, un tempo fulcro della vita religiosa e politica delle zone circostanti al piccolo specchio lacustre di origine vulcanica. 


Il silenzio rispettoso proprio degli adepti rischierebbe di gravare a lungo su questa area sacra se non fosse per le attività periodiche degli archeologi sovvenzionate da sospirati finanziamenti, per i nitriti dei cavalli, i ragazzi che si esercitano nell’equitazione e per il vento che porta da lontano sentori di altre presenze.

Potrebbe sembrare un perfetto quadro idillico, o una delle vedute dei quadri di Turner che raffigurano proprio le sponde del lago circonfuse da una luce sognante e le rovine ricoperte
dall’ombra della vegetazione, ma in realtà la vista di questo santuario e del territorio circostante desta spaesamento e frustrazione, sensazioni scatenate dal contrasto, insopportabile a volte, tra la profonda bellezza trasmessa dal nostro patrimonio e la sua mancata valorizzazione, tra la mente che si attiva a immaginare una ricostruzione possibile per quello che era e lo schiaffo sonoro dato dalla più cogente realtà. Ripercorrere la storia di questo edificio sacro significa guardare nella nostra più celata intimità, è come avere davanti un vortice, quello della storia, e decidere di lasciarsi catturare dalla corrente senza timore di perdersi. Il senso di vertigine assale nel momento in cui si apprende di poggiare i propri piedi sopra pietre antichissime, che hanno sentito su di sé il passaggio di venerabili figure e di persone comuni, giunte a porgere le loro offerte e i loro voti alla dea vergine, a proferire con labbra appena dischiuse le loro tacite preghiere. L’ultima campagna di scavo, terminata il 19 settembre scorso, ha permesso di retrodatare di un secolo l’edificazione del santuario e di farla risalire almeno al V secolo a. C., grazie al ritrovamento di alcune strutture murarie e di elementi architettonici decorativi conservatisi al centro degli edifici successivi. Oltre alla prima, sono state identificate altre tre stratificazioni edilizie- alla fine del IV, tra il III e il II, e nel secondo quarto del I secolo a.C.- che hanno mostrato la continua frequentazione del santuario e il suo progressivo ingrandimento in scala monumentale.
La parte più antica recentemente rinvenuta, simile alla più piccola di una serie di pittoresche matrioske, corrisponderebbe secondo gli archeologi al tempio sede, dalla fine del VI secolo a. C., della Lega Latina che raccoglieva tra le città federate contro Roma anche Aricia, dominatrice dell’area nemorense. Il grande tempio in blocchi di peperino, ancora visibile a tratti, risale alla fine del IV secolo a. C. e si può attribuire alla fase in cui l’Urbe, dopo lo scioglimento della Lega nel 338 a. C., prese il controllo della zona e del santuario, di quei boschi calcati dalla mitica figura del rex nemorensis. Furono invece gli ultimi interventi costruttivi a lasciare i resti che ancora rendono questo luogo unico in quanto a posizione, storia e fascino: una serie di ampie terrazze digradanti sempre più in basso, a tentare l’impresa impossibile di lambire il lago. Di questa fastosa struttura, distesa su più di 5000 m2, rimane oggi solo una pallida rimembranza delle antiche forme e della passata gloria. La spoliazione sistematica ha reso quest’area irriconoscibile e orfana, denudata di quei vivaci colori che solevano adornarla e di cui sono rimaste tracce nelle terracotte che ricoprivano il tempio, conservate presso il Museo delle Navi Romane di Nemi. Un ultimo sguardo indietro porta a rievocare un lontano 13 agosto, giorno probabilmente assolato e temprato solo dalla frescura lacustre, in cui si celebrava la festa in onore di Diana. Avremmo visto una lenta processione dirigersi a ritmo costante verso il santuario, lungo la strada dal caratteristico basolato;
persone diverse, di ogni estrazione sociale, accomunate dalla necessità di portare a compimento i loro desideri, come una madre apprensiva che invoca protezione per il futuro parto o un cacciatore desideroso di nuove prede e della guarigione del suo fedele cane. Provoca dolore ritornare in sé e osservare i teloni posti a copertura dei fragili reperti, altrimenti esposti alle intemperie, constatare che il sito, ancora non in sicurezza, non è protetto da alcuna recinzione e che nella zona adiacente al tempio, nel cuore del terreno archeologico, si trova un agriturismo dal quale il tempio è accessibile. Scoprire questo luogo in tutta la sua solitudine immensa lascia a chi lo visita solo la speranza di restituire con le parole e con le immagini delle emozioni, vissute o immaginate, e forse di risvegliare anche qualche coscienza dai torbidi sonni.

Valentina Leone

FOTOGALLERY